Una volta ottenuto il filato, si passava all’operazione di tessitura.
Il telaio è lo strumento utilizzato per la produzione di un qualsiasi tessuto, che si ottiene dall’intreccio dei fili dell’ordito (verticali) con i fili della trama (orizzontali) dando luogo a strutture e disegni differenti a seconda del loro intrecciarsi.
In questa sala sono esposti due telai manuali in legno di tipo famigliare della prima metà dell’800, usati nelle abitazioni contadine e funzionanti grazie alla sola forza dell’uomo: con la mano veniva lanciata la navetta, mentre con i piedi si manovravano i pedali. La tela, a Busto Arsizio chiamata bumbasina, è un tessuto realizzato intrecciando ortogonalmente i fili di trama e ordito, che formano una struttura flessibile. Altra caratteristica della tela è l’uguaglianza del dritto con il rovescio dovuta alla particolare struttura del tessuto. Come funzionava il telaio manuale? Grazie al movimento dei pedali, tra i fili dell’ordito si formava un passaggio dove il tessitore lanciava la navetta contenente il filo della trama. La trama così srotolata era spinta con un pettine, chiamato cassa battente, contro i fili già intrecciati che formavano il tessuto di cui diventava parte integrante. Fustagno, bombasina e traliccio sono stati per secoli i tessuti prodotti dai telai a mano bustocchi.
Carlo Azimonti ci lascia un’immagine della casa del contadino – tessitore, figura molto diffusa tra fine Settecento e Ottocento a Busto Arsizio:
“La stragrande maggioranza dei tessitori hanno il telaio a casa loro. Su di esso lavorano a turno, giorno e notte, le donne di casa e spesso anche gli uomini. Tutti della famiglia alternano il lavoro nei campi col lavoro al telaio. Il telaio è generalmente collocato, previo lo scavo di una buca nel pavimento di nuda terra, nello stesso locale che serve da cucina. La madre lavora al telaio e nidiate di bambini le razzolano intorno. La notte, il telaio, azionato dalla forza delle braccia e delle gambe in una ingegnosa combinazione di tempi, batte i suoi colpi secchi spesso accompagnati da maledizioni. Un lumicino a quattro cantoni rischiara pallidamente il tetro ambiente, e le casupole disperse nella campagna assumono l’aspetto di tante case del “mago”.
Una bellissima filastrocca di Enrico Crespi rappresenta questo continuo battere che scandiva l’esistenza, diventando pur nelle ristrettezze economiche una musica soave:
"E l’ea bell anlua sentì, in di cà di nos paisan, noci… e dì, …bati… e batt: … tarlin … tarlan …"
Arrivarono poi i primi telai meccanici che avrebbero sostituito con il tempo i cosiddetti tié, come venivano chiamati i telai in dialetto bustocco.
Già nel 1733 venne brevettato dall’inglese John Kay un sistema di lancio della navetta che sostituì l’intervento del tessitore in questa operazione. Successivamente, il telaio fu completamente meccanizzato, anche se la presenza del tessitore rimaneva necessaria per la messa in movimento del macchinario, per la sostituzione delle spola nella navetta e per l’intervento in caso di rottura dei fili. L’inventore del telaio senza navetta è invece un bustocco: Guido Giavini. Questa innovazione nel campo della tessitura è stata straordinaria, perché ha permesso di poter trasportare il filo senza l’aiuto della navetta, ma sparando un proiettile a tamburo che trasportava il filo. Nelle successive tecnologie si utilizzò anche l’aria e l’acqua. Inizialmente il telaio industriale provocò una grossa crisi occupazionale, portando alle rivolte degli operai, ma in seguito furono proprio le innovazioni tecnologiche che portarono alla nascita di grandi cotonifici, tintorie e stamperie che lavoravano con nuovi macchinari e quindi richiedevano maggior manodopera.
Oggi un operaio riesce a controllare fino a 60 telai, perché tutti i procedimenti sono diventati automatici.




